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CAMBOGIA | 4 GIORNI FRA SIEM REAP E ANGKOR

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23 Gennaio 2019

Seminare dei ricordi. Nel mio ruolo di padre non ho fatto altro. Ai figli non ho mai pensato di poter insegnare granché, ma fin dall’inizio della loro presenza in casa ho sentito che attraverso alcune esperienze indimenticabili potevo mettere nella loro memoria i semi di una grandezza con la cui misura vorrei che vivessero. […] Così, separatamente, li ho invitati a venire con me in Cambogia, un paese a cui sono legatissimo e, separatamente, li ho portati per alcuni giorni ad Angkor, uno di quei pochi, straordinari luoghi del mondo dinanzi ai quali ci si sente orgogliosi d’esser membri della razza umana; uno di quei posti dove la grandezza è in ogni pietra, in ogni albero, in ogni boccata d’aria che si respira. Una grandezza, per giunta, che oggi uno può avere tutta per sé.

TIZIANO TERZANI

Per iniziare il mio articolo sui primi giorni incredibili trascorsi in questo paese straordinario, ho voluto citare il mio mentore. Perché anche io, che ancora non sono mamma, credo che se dovessi indicare un posto al mondo in cui mi piacerebbe portare mio figlio, un giorno, sceglierei proprio Angkor.

Ho sempre desiderato esplorare questo sito centenario sin dai tempi (sarò banale) dei film d’avventura alla Tomb Raider e Indiana Jones (per giustificare il mio discusso gusto cinematografico, vi annuncio che all’epoca ero solo una bambina di 12 anni :)) Col passare del tempo ho avuto più e più volte modo di ammirare le immagini incredibili di questo mondo extraterrestre, dai tantissimi documentari girati sull’argomento. Un paesaggio costellato da centinaia di antiche rovine intrappolate in questa giungla rigogliosa e popolate da simpatiche scimmiette. Le tracce di un antico e valoroso popolo dalla storia enigmatica e affascinante.

Così, quando lo scorso anno si è presentata l’occasione di selezionare una meta per il nostro viaggio insieme, io ed Enrico siamo stati subito concordi nell’optare per il paese che fu un tempo culla dell’antico impero Khmer.

Non ci sembrava vero!

E decidiamo, naturalmente, di dedicare quattro interi giorni a questo luogo così bramato e alla cittadina che ne costituisce il campo base per ogni esplorazione: Siem Reap.

Generalmente le zone più turistiche sono anche quelle che ci attirano meno e tendiamo ad evitare i percorsi troppo battuti. Tuttavia, nel caso di Angkor, dovevamo proprio fare un’eccezione. Decidiamo però di approcciare questo mondo a modo nostro e ci rivolgiamo per questo a RAM Viaggi, un’associazione ligure che gestisce esclusivamente viaggi di Turismo Responsabile a sostegno delle realtà locali, la quale ci mette in contatto con Bunlee, la nostra guida cambogiana.

 

Bunlee la nostra guida e fondatore della associazione NGO for education

 

Bunlee non è di fatto una vera e propria guida, non ha attestati ne formazione specifica. Bunlee è un ragazzo cambogiano, ex membro di Emergency, che ama la sua gente e che ha immolato la propria vita per cercare di aiutare un popolo che ancora oggi subisce le tragiche conseguenze di un paese dal passato drammatico. Bunlee, con la sua associazione KHEN – Khmer NGO for Education (di cui vi parlerò in un articolo a parte) lavora duramente per costruire scuole e promuovere i diritti dei bambini cambogiani, in primis quello all’educazione, di cui purtroppo il governo attuale sovente non si fa promotore.

Potrete ben capire che il nostro tour esplorativo di Angkor con un accompagnatore del suo calibro…non avrebbe potuto non essere INCREDIBILE come di fatto è stato!

Ma torniamo a noi.

SIEM REAP E DINTORNI

Quattro giorni nei dintorni di Siem Reap, per prenderci tutto il tempo necessario ed esperire al meglio ogni luogo ed incontro.

Approdiamo a Siem Reap con un volo mattutino da Bangkok (la notte precedente la trascorriamo in Thailandia). L’aeroporto è minuscolo, già qua ti senti a casa, nulla a che vedere con le grandi dispersive strutture multi livello degli aeroporti internazionali (e pensate che…in tutta la Cambogia…di aeroporti ce ne sono solo 5 e questo è il secondo più utilizzato!).

Già da qua ci rendiamo conto dell’umile semplicità di questa terra, che solo rispetto alla cugina Thailandia…ad un primo sguardo…sembra collocata in qualche passato decennio (e non è un giudizio negativo, anzi).

Ad attenderci il tuk tuk mandato dalla nostra guesthouse, naturalmente, a gestione locale. Quando viaggiamo, destiniamo i nostri soldi a sostegno dell’economia del luogo. Sempre. Non esiste che sovvenzioniamo il turismo di massa, grandi catene internazionali che il più delle volte deturpano paesaggi e sfruttano i dipendenti sottopagandoli. In questo, Renzo e il team di RAM sono stati per noi un aiuto prezioso, confezionandoci un viaggio perfetto.

E poi, se vuoi davvero conoscere un paese, non puoi farlo dalla hall di un resort. Devi starci, in mezzo alla gente.

Il primo impatto con la Cambogia è stato intenso a tutti gli effetti: questi iniziali kilometri di tuk tuk ci hanno mostrato un popolo che vive in modo semplice…e molto povero. Bimbi a piedi scalzi per le strade, animali ovunque, venditori ambulanti ad ogni angolo. Ma soprattutto…sorrisi e grande fierezza stampati sul volto di chiunque.

Siamo già enormemente felici.

Enrico lo sa: portami lontano dalla società occidentale, tutta dedita al progresso e all’apparenza, priva di empatia e indifferente al concetto di solidarietà…e mi sento a casa. Sono diventata insofferente, negli anni (e ne ho solo 30…di questo passo implodo prima dei 40!) a tutto ciò che è il nostro mondo. Non voglio sputare nel piatto in cui mangio, no davvero, sarebbe sintomo di incoerenza. Ma proprio boh…a tante cose, io non ci sto. Nel mio piccolo cerco di apportare qualche cambiamento, ma so che potrei in prima persona fare MOLTO di più.

Ma questo non è il momento di dare adito al mio animo brontolone 🙂 chi mi conosce sa che se inizio ad addentrarmi in certi discorsi…divento una rompiscatole estremamente loquace e polemica ahahah. Come si dice? Con il tempo, si vedrà 🙂

 

 

Nei giorni successivi di permanenza in questo paese, l’impressione iniziale non verrà che confermata: villaggio dopo villaggio, la realtà è quella di un popolo privo di beni materiali, che non sa cosa siano gli eccessi, in larga parte analfabeta ma sempre pronto all’incontro e allo scambio.

Ci emozioneremo ogni volta di fronte ai sorrisi felici dei bimbi in divisa al termine delle lezioni e il nostro cuore non smetterà mai di riempirsi di gioia ad ogni saluto. Esplorare i mercati ed osservare le donne cambogiane, fiere e consumate dal lavoro, intente nelle loro mansioni ma mai scontrose e sempre pronte a regalarci un sorriso, continuerà ad affascinarci per tutto il tempo.

Questa gente possiede poco o nulla, ma è dotata di una ricchezza interiore che dalle nostre parti oggi è cosa assai rara.

 

Studenti cambogiani dopo le lezioni

 

Arrivati a Siem Reap ci prendiamo un paio d’ore per rilassarci prima di immergerci in un tour perlustrativo della città. Abbiamo qualche commissione da sbrigare: cambiare una manciata di euro con i dollari (ebbene sì, nonostante la Cambogia abbia una propria moneta – il Riel – qua sono molto più utilizzati i dollari USA, una reminiscenza della permanenza statunitense in questo paese durante il conflitto con i Vietcong) e comprare una sim locale.

Ci rendiamo subito conto che avere a che fare con l gente del posto, alla quale prediligiamo sempre rivolgerci, non è semplice nonostante la loro innata cortesia e generosità: il ragazzo del negozio a cui chiediamo la sim, all’incirca sui vent’anni, non sa né leggere né scrivere. Mentre da noi il bimbo medio impara a ricercare un video su You Tube ancora prima di camminare. Riflessioni.

 

 

Nel mentre approfittiamo per gironzolare fra le viuzze colorate ed immergerci nell‘Old Market. Il mercato principale di Siem Reap è ormai molto proiettato a soddisfare le esigenze del turista doc e vi si trovano souvenir di ogni tipo, fabbricati per lo più nella vicina Cina. Tuttavia, non manca in questo luogo un cuore pulsante ed autentico, caratterizzato dall’area centrale dove si concentrano banchetti e rivenditori di cibo. Una zona in cui sono soprattutto i locali a rifornirsi.

Vi si trovano leccornie (eufemismo 🙂 di ogni tipo: dalla  semplice e meravigliosa frutta e verdura di stagione ai piatti tipici come gli spring roll cambogiani e i noodles, sino alla vendita di tarantole fritte o blatte caramellate. Cosa dite, secondo voi ci saremo lasciati sedurre da queste prelibatezze?

In realtà, per il momento, ci limitiamo ad acquistare una sorta di frittella dolce di riso da una venditrice ambulante sulla strada. E per tutto il nostro viaggio…il nostro desiderio di autenticità non ci spingerà comunque al punto di ingurgitare insetti (vi ricordo che io, oltretutto, sono una mangia verdure per scelta etica!)

 

 

Ma perché i cambogiani mangiano gli insetti?

Sembra che il boom del consumo degli stessi (tra cui al primo posto figurano le famose tarantole striate grandi come un palmo di mano) non sia un’usanza antica, ma bensì piuttosto recente: durante la dominazione dei Khmer Rossi, infatti, quattro decenni fa, le condizioni di vita precarie ed abominevoli e la scarsità di cibo avrebbero indotto le popolazioni rurali sfollate dalla capitale Phnom Penh ad abituarsi a mangiare questi ragni che, nel corso del tempo, sono poi diventati una leccornia molto diffusa. Ma è certo, comunque, che gli antichi popoli cambogiani mangiassero già da secoli ragni ed insetti, alimenti per altro diffusi anche negli stati confinanti, come la grande Cina.

Nel tardo pomeriggio visitiamo la Life and Hope Association, un’organizzazione no-profit gestita dai monaci del monastero buddista di Wat Damnak, la cui mission è quella di fornire sostegno e servizi educativi alle famiglie più povere. Il monaco direttore ci riceve ed insieme a lui, mentre un improvviso acquazzone monsonico si rovescia sulla città cospargendola di una dolce malinconica coltre, ci addentriamo a discorrere di Buddhismo, religioni e filosofia orientale nonché di concetti come la consapevolezza, la pace interiore o l’immolare la propria vita alla semplicità e all’aiutare chi è in difficoltà.

Dopo una cenetta tipica khmer a base di amok vegetariano e curry soup in un localino carino nel cuore di Pub Street – il fulcro pulsante e giovane della città – torniamo alla guesthouse per la nanna. Il giorno dopo abbiamo appuntamento con Bunlee molto presto per dare avvio all’esplorazione di un luogo che bramiamo da sempre!

 

 

 

ANGKOR WAT E LE VESTIGIA DELL’ANTICO IMPERO KHMER

Prima di parlarvi delle mie sensazioni ed emozioni, credo sia doveroso fornire un minimo di nozioni.

Il sito di Angkor Wat divenne noto all’Occidente grazie al naturalista ed esploratore francese Henri Mouhot che vi arrivò quasi per caso nel 1860 durante un suo viaggio nell’Indocina appena divenuta colonia francese.

Mouhot aveva infatti letto il resoconto di un frate che qualche anno prima scriveva di antiche rovine immerse nella giungla e poco distanti da Siem Reap, ma non aveva idea di cosa davvero aspettarsi. Quando addentratosi nel fogliame si ritrovò di fronte a decine di immense faccione in pietra sorridenti, rimase estasiato. E dopo tutto, oltre un secolo più tardi e nonostante le folle di turisti, questa è ancora la sensazione che oggi prova chiunque incontri per la prima volta queste costruzioni affascinanti.

Per noi è stato esattamente così, già dal momento in cui con il nostro tuk tuk attraversiamo la zona rurale interposta fra la città e i siti di Angkor e raggiungiamo il primo complesso, fra tutti il più distante e meno noto, scelto come prima tappa per una coerenza cronologica. Kbal Spean è infatti di epoca appena precedente al più noto gruppo Angkoriano e collocabile tra il X e il XII secolo.

Di questo luogo ci affascina subito l’ubicazione: alle pendici delle colline di Kulen, il sito è raggiungibile con una mezzora di piacevole trekking nella giungla che conduce al letto del fiume omonimo, lungo il cui corso nell’antichità sono state scavate una serie di sculture e bassorilievi fra cui abbondano i lingam, attributi del dio Shiva, e dalla chiara simbologia legata alla fertilità.

Poco distante, una splendida cascata in una piccola radura concede un fresco ristoro dall’umida calura dell’estate cambogiana.

 

 

Ma sarà la seconda tappa di questa nostra full immersion angkoriana a rapire completamente il mio cuore: Benteay Srei è fra i molti templi del complesso uno dei più piccini e meno maestosi. Questo perché, a differenza dei grandi e noti Bayon e Ta Prohm, è risalente al periodo induista (X secolo) e dedicato….alle donne. Meraviglia!!

Sarebbe bastato questo, da femminista convinta quale sono, ad elevarlo sul podio. Ma la mia predilezione per questo gioiellino non è dettata principalmente dalla sua dedicazione (Benteay Srei significa letteralmente Fortezza delle donne), bensì dalla profonda bellezza e artisticità che ogni centimetro quadrato di questo prezioso scrigno di calda arenaria rossa trasuda.

Davvero, amici, ogni porzione di questo tempio costituisce una goduria per gli occhi e un caldo nutrimento per l’animo. Pareti interamente ricoperte da graziosi bassorilievi raffiguranti donne bellissime che stringono con grazia fra le mani il sacro fiore di Loto, che nell’Induismo simboleggia l’idea di bellezza, di prosperità, di eternità, di spiritualità e di fertilità.

Io, sarei rimasta ore ed ore, nonostante il sole cocente dell’agosto cambogiano, ad ammirare questo spettacolo. Nonostante che non sia da annoverare fra le mete privilegiate dai più. Nonostante il fatto che non tolga il fiato come l’imponente Angkor Wat.

Benteay Srei è un bello che non urla, ma sussurra. Una bellezza che non ferma il cuore, ma lo riscalda. Qui, per citare di nuovo Tiziano, lo splendore non è nell’essere anche gigantesco ed immenso, ma nel suo essere minuto e delicato.

 

 

Anche la piacevole campagna che incornicia questo piccolo gioiello architettonico contribuisce ad esaltare il suo fascino: adiacente un piccolo bacino acqueo solcato da decine di quei fiori tanto sacri ai popoli d’Oriente; poco oltre le cinta un modesto villaggetto dove bimbi gioiosi si rincorrono felici, salutando con fare ormai abituale quei turisti sempre tanto curiosi.

Proprio qui, il mio animo sensibile si scontra per la prima volta con una realtà a cui non è avvezzo: è quasi il tramonto, un gruppo di uomini tornati dai campi si diverte scommettendo qualche riel in un combattimento fra galli.

Non ho il coraggio di guardare, lascio avanzare Enrico. Il fiato mi si fa corto. Bunlee nel mentre mi spiega che gli animali non vengono troppo maltrattati e che raramente perdono la vita, tutt’al più ne escono con qualche graffio sanguinante. Sarà, ma io comunque fatico a comprendere come tutto ciò possa essere considerato “divertimento”. Non mi capacito di come l’uomo, oggi come all’epoca dei combattimenti in arena dell’Antica Roma, possa riuscire a compiere gesti così feroci per il mero gusto di svagarsi e beffare la noia.

Poco lontano, da una terrazza in legno della palafitta a fianco, sbucano delle dolci testoline: le figlie dei contadini osservano da distanza i loro papà. Nel loro sguardo, un misto di timore, tristezza, forse inconscia incomprensione…ma anche tanto caloroso sentimento nei confronti di quell’uomo che ogni mattina, con fatica, abbandona il nido per procurare loro qualche chicco di riso.

Mi giro, osservo i tre scommettitori: nella loro espressione non vedo cattiveria, non c’è traccia di violenza. Sono solo uomini, padri, mariti, che tutto sommato si stanno semplicemente svagando dopo ore e ore di vita nei campi. Solo che lo fanno a modo loro. Quel modo che a me fa accapponare la pelle.

 

 

Benteay Srei è stato il tempio che più fra tutti mi ha colpita, ma dire che non siamo rimasti estasiati da ogni singola pietra di ogni singola costruzione di Angkor…sarebbe un’enorme bugia. Ognuna di queste architetture ha saputo ammaliarci a modo suo: la magnificenza del Bayon, dove abbiamo assistito ad un tradizionale matrimonio cambogiano e osservato le decine di iconiche facce di Buddha sorridenti (la rappresentazione del Buddha che sorride indica quella fase della sua vita in cui ha raggiunto la piena liberazione, riuscendo ad andare “oltre”, la fase del Risveglio dal sonno dell’ignoranza e dell’inconsapevolezza); l’imponenza di Angkor Wat, con le sue cupole svettanti all’orizzonte, fiore all’occhiello dell’antica capitale Khmer, simbolo nazionale posto sulla bandiera cambogiana; il Ta Prohm, dedicato alla madre del grande re Jayavarman VII, con la sua atmosfera estasiante creata dalla combinazione di massi crollati, radici mastodontiche che come tentacoli si fanno strada tra le rovine e la fitta giungla circostante che avanza, inesorabilmente, sempre più; il Preah Khan, un dedalo di cunicoli e corridoi in cui perdersi esplorando ogni nicchia ed anfratto, riempiendosi gli occhi della meraviglia dei suoi decori; il complesso Roluos, i templi in mattoncini che marcano l’inizio dell’era classica della dinastia Khmer, dove abbandonarsi sognanti in un passato grandioso osservando queste maestose rovine al suono della tradizionale musica Khmer eseguita dalle vittime delle mine anti uomo, ancora molte – troppe – a ricordarci quel passato traumatico che sui libri di storia occidentale spesso viene bypassato.

 

 

Non starò a descrivere dettagliatamente ogni tempio e luogo visitato, le parole non sarebbero all’altezza. Oltretutto, di informazioni ne trovate intriso il web. Non è questo il fine del mio blog. Lo ripeto: condividere, emozionare, ricordare, mostrare l’altro mondo. Le immagini, ne sono certa, possono meglio sostenermi in questo compito. Me lo direte voi 🙂

 

 

Merita però una citazione particolare un altro sito, nel quale ho provato un senso più profondo di beatitudine. Trattasi del Beng Mealea (letteralmente Stagno del loto). Si tratta del tempio più lontano fra tutti, a pochi chilometri dal confine con la Thailandia. La costruzione era dedicata a Vishnu e simile a quella di Angkor Wat. Il pessimo stato di conservazione in cui versa, contribuisce invero ad esaltarne l’enorme fascino.

La nostra guida ci esorta a seguire esattamente il percorso evidenziato dalle indicazioni. Non si può mai sapere, nelle zone più remote di questo mondo…cosa si rintani sotto il suolo. Di mutilati, la Cambogia, ne ha già abbastanza. Vero anche che la zona di Angkor è stata sminata da anni e si può considerare ormai sicura. Ma non lasciamo nulla al caso…

Quando approdi in questo ambiente, molto meno battuto dai turisti in quanto situato ad oltre 80 chilometri da Siem Reap, la sensazione è quella di essere catapultati sul set di un film di fantascienza. E in realtà, più di tanto sensazione non è, dato che proprio qui fu girato uno dei film del mitico esploratore Indiana Jones 🙂

All’interno un percorso di passerelle sospese ti conduce da un punto all’altro di questo intrigante complesso, ormai interamente ricoperto dalla tentacolare giungla circostante. Se da una parte si affaccia la malinconia per l’irreparabile perdita di un sito architettonico di grande valore, dall’altra questo spettacolo non può non lasciarti incredulo e affascinato.

La dimostrazione di come l’uomo, piccola gocciolina nel grande oceano del mondo, nulla possa di fronte alla magnificente potenza della natura che si riappropria con caparbietà del proprio spazio. Centimetro per centimetro, pietra dopo pietra. Inesorabile, lenta, fa il suo corso. Uno stelo d’erba dopo l’altro.

 

 

 

Non credo ci sia bisogno di rimarcarlo, quanto possa consigliarvi un viaggio in questo mondo. Angkor è un luogo unico, parte integrante di una natura che spesso nel nostro pianeta sembra una risorsa sempre più rara. Angkor ha il potere di conferire a chi vi giunge l’impressione di esserne lo scopritore. Perché nessuno mai, si aspetterebbe ciò che vede.

Le parole chiave sono: avventura, emozione, straordinarietà.

Come avvicinarvi a questo sito?

Ci sono vari modi, per farlo.

Il primo, il più scontato, quello di rivolgervi ad una delle tante guide erudite sull’argomento, che sapranno fornirvi ogni minuziosa informazione circa storia, anni, sovrani, battaglie e avvenimenti a cui questi luoghi fecero da sfondo.

Il secondo, e quello che vi consiglio, è l’approccio più naturale: niente studi preparatori, niente Lonley Planet sotto braccio, niente guida pluri-laureata. Come scrive Tiziano: solo la vostra pelle, permeabile come una spugna. E il vostro terzo occhio, quello che vi permette di andare oltre, e nei luoghi, di entrarci per  davvero.

CONSIGLI

  • la Cambogia si visita normalmente nel periodo che va da novembre a febbraio, quando le temperature non sono eccessive e vige la stagione secca. Tuttavia, il periodo delle piogge conferisce a questi luoghi un fascino imperdibile dal mio punto di vista: la vegetazione è rigogliosa come non mai, il colore verde delle risaie e delle fronde vi riempirà gli occhi di meraviglia, i bacini d’acqua sono in piena e la vita nei villaggi galleggianti prospera vivace. Non sempre, ciò che per i più è la scelta sbagliata, lo rappresenta davvero 😉
  • non correte, ma fermatevi: di fronte ad un tramonto, ad una scena di vita quotidiana, ad un bassorilievo antico di un millennio. Non mettete il turbo ma prendetevi il tempo necessario perché le cose vi entrino dentro…e ci restino.
  • l’unica storia che dovete conoscere, è quella di un popolo, che è diventato la prova agghiacciante di come in questo mondo non vi sia giustizia. Prima di recarvi in Cambogia, informatevi sul genocidio che ha colpito questa terra solo qualche decennio fa. Una tragedia di cui ancora incontrerete i superstiti. Non potrete comprendere profondamente questa gente, se non sarete consci del loro tragico trascorso. In ogni sguardo, questo passato è presente, penetrante come una lama. Vi consiglio il libro di Tiziano Terzani “Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia”. Io l’ho letto e ne è valsa la pena!
  • dedicate ad Angkor almeno tre intere giornate…non basterebbe un mese intero per esperire al meglio questi luoghi
  • Vestitevi comodi e coprite le spalle con una maglietta e il volto con un cappello: anche durante la stagione monsonica, i pochi raggi solari possono essere micidiali. Vi consiglio delle scarpe da trekking in gore-tex: molti templi si raggiungono addentrandosi nella giungla e spesso il terreno è fangoso a causa delle frequenti piogge tropicali
  • Non lasciatevi impietosire dalle decine di dolci bimbi appostati al di fuori dei siti più turistici: si avvicineranno per chiedervi qualche monetina e verrete persuasi ad accontentarli…il che non sarebbe una cosa brutta…se non fosse che in questo modo alimenterete un sistema di sfruttamento minorile per cui migliaia di bimbi in tenera età in Cambogia vengono sottratti al sistema scolastico e al loro naturale processo di crescita-gioco per passare ore e ore a chiedere l’elemosina a turisti inconsapevoli. Purtroppo…a volte…bisogna agire duramente per contrastare un meccanismo altrettanto duro.
  • E soprattutto…non pagate per un escursione in groppa agli elefanti!!! Questo è meschino sfruttamento, non esiste un altro modo per descriverlo, una cattiveria gratuita…questi animali vengono tenuti in cattività e obbligati giorno dopo giorno a trasportare per poche decine di metri turisti stupidi e giunti in Cambogia solo per accaparrarsi un selfie in groppa all’animale esotico. Riflettete sulla conseguenza delle vostre azioni…Ripeto: riflettete.

INFORMAZIONI PRATICHE

  • per muovervi nella zona di Siem Reap ed Angkor noleggiate un tuk tuk per il tempo totale della vostra permanenza. In questo caso risparmierete (con circa 20 dollari al giorno avrete un driver a vostra completa disposizione) e al contempo avrete modo di godere non solo delle destinazioni, ma del viaggio stesso (cosa che il noleggio di un’automobile non vi permetterebbe). Ad ogni angolo di Siem Reap ci sono tuk tuk: contrattate il prezzo e iniziate la vostra avventura. Un consiglio: pagateli a fine giornata. Il popolo cambogiano è piuttosto corretto, ma anche estremamente povero. Consegnando tutti i soldi in anticipo, non vi assicuro che il vostro driver tornerà a prendervi il giorno successivo 😉
  • per recarvi al Beng Mealea necessitate invece di un’autovettura
  • costo per visitare i siti di Angkor: ci sono diverse opzioni di acquisto per il biglietto. Noi abbiamo optato per il ticket valido per 3 giorni consecutivi –> costo 60 dollari USA a persona. Per visitare il Beng Mealea dovrete pagare altri 5 euro aggiuntivi. Consiglio: recatevi in biglietteria molto presto la mattina del vostro primo giorno, muniti di documento e visto; rischierete altrimenti di restare in coda anche per 1 o 2 ore.
  • come anticipato, la valuta più utilizzata in Cambogia è il dollaro USA. Tuttavia spessissimo vi troverete in situazioni in cui pagherete con i dollari e vi verrà riconsegnato il resto in Riel o addirittura con moneta mista. Al momento la conversione è 1 dollaro = 4000 Riel (o poco meno)
  • dove cambiare i vostri soldi? Stenterete a crederlo, ma il cambio più conveniente è offerto dai commercianti cinesi, di cui troverete facilmente un rappresentante in ogni cittadina cambogiana
  • dove dormire? Vi consiglio caldamente la nostra guesthouse: Heaven Angkor Residence. Noi abbiamo speso 12 euro a testa a notte con colazione compresa. Ottimo ed efficiente anche il servizio di laundry (essenziale per chi viaggia come noi con zaino in spalla!)
  • dove mangiare a Siem Reap? Fondamentalmente ogni localino in Pub Street merita. Di seguito le locande in cui abbiamo cenato (tutte consigliatissime): KHMER Kitchen Restaurant (fanno un amok eccezionale), Amok Restaurant (anche qui dovete provare il piatto unico “vegetarian amok”…meraviglioso sia per gli occhi che per il palato), Food Corner (un piccolo localino annesso ad un ostello sulla stessa via della guesthouse: modesto e di poche pretese, economico ma abbiamo mangiato dei noodles e degli spring rolls veramente di qualità per 3 dollari in due…in tutto!)
  • la birra Angkor…semplicemente buonissima!! Inoltre sul tappo di ogni lattina, ruotandolo, potrete vedere se avrete vinto o meno. Nel caso di vincita…un’altra Angkor in omaggio!!

Arrivederci Cambogia!!

Una pausa ricca di vitamine rigeneranti fra un tempio e l'altro di Angkor

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6 Comments
  1. Rispondi

    Julia

    3 Febbraio 2019

    È un viaggio che risale a 10 anni fa quando la Cambogia non era una meta molto battuta . Mi è rimasta nel cuore tra i viaggi più belli

    • Rispondi

      clicmytrip

      8 Febbraio 2019

      Anche a me…e comunque sai che (Angkor a parte ovviamente) non è tutt’oggi una meta battutissima dal turismo. La maggior parte della gente la inserisce come tappa di qualche giorno all’interno di un viaggio in Vietnam o Thailandia. Infatti fatta eccezione per Siem Reap, di turisti ne abbiamo incontrati davvero pochi e di italiani…beh, quasi nessuno. E questo ha contribuito a renderla ancora più bella dal mio punto di vista 🙂

  2. Rispondi

    Valentina

    2 Febbraio 2019

    Quanto mi affascina la Cambogia… se penso che sarei dovuta andarci lo scorso mese mi viene male!!! Spero di poterla visitare prima o poi… intanto ti ringrazio perché grazie a questo tuo post con le belle foto ho sognato un po’ 🙂

    • Rispondi

      clicmytrip

      8 Febbraio 2019

      Si è davvero “intensa”. Come mai non ci sei andata? Fallo appena puoi perché ti resterà nel cuore, puoi starne certa

  3. Rispondi

    Lucy

    1 Febbraio 2019

    Grazie per questo reportage! Se potessi farei questo viaggio domani stesso. La Cambogia mi ha sempre affascinata, con quei suoi contrasti così particolari (poi da quando ho visto un documentario sugli Khmer Rossi, vorrei davvero andare sul posto per vederne le tracce con i miei occhi).
    Ps: amore incondizionato per Indy!

    • Rispondi

      clicmytrip

      1 Febbraio 2019

      Io avevo visto il film “Per primo hanno ucciso mio padre” e ho pianto per giorni. Assurdo come alcune tragedie della storia passino quasi sotto silenzio… La Cambogia è un paese che ti resta dentro e che trasuda di questo passato. Io non ho avuto il coraggio di entrare nel collegio ora museo del genocidio e un tempo luogo di tortura…ho una forte percezione delle energie dei luoghi e non ho avuto le forze per farlo…un po’ ne sono pentita, ma proprio non ce l’ho fatta (i libri e i film sull’argomento nonché i racconti delle persone incontrate mi erano bastati) Credimi che entrare in contatto con queste persone e con il loro trascorso, un pochino, ti cambia davvero 🙂

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