Il giro delle Orobie Bergamasche in Val Brembana
Italia

Il giro delle Orobie Bergamasche dalla Val Brembana

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9 Luglio 2020

<<Guarda! Proprio là, lo vedi? Quelle sono le le cime del gruppo Masino-Bregaglia>> seguo con lo sguardo il braccio teso di Enrico, ma non riesco a concentrarmi a fondo su quanto mi sta indicando.

La mia attenzione è catturata da un movimento che scorgo in lontananza. Ma che cos’è? Metto a fuoco l’immagine di fronte a me, portando l’avambraccio sulla fronte per proteggermi dai raggi taglienti del sole alto nel cielo. Per un attimo penso di essermi immaginata tutto, quando all’improvviso eccolo di nuovo: una macchiolina bruna e color crema che sbuca dal retro di una formazione rocciosa posta qualche decina di metri di fronte a noi. Un’altra marmotta? Forse si… Eppure… Nemmeno il tempo di riflettere a fondo su questa supposizione, che un batuffolino peloso dalle zampette magre saltella nello spiazzo d’erba accanto al masso. Reso più temerario dalla sua giovane età, il cucciolo di camoscio è uscito dal nascondiglio dal quale ancora la madre più cauta ci sta fissando, cercando di captare le nostre intenzioni. <<Un piccolo camoscio, Enry, guarda!! Quanto è tenero, dai su, avviciniamoci!>>.

E così delicatamente accorciamo le distanze fra noi e quel grazioso quadretto famigliare. Lo spettacolo che si profila di fronte ai nostri occhi non è del tutto inaspettato, ma completamente sorprendente: una mandria piuttosto numerosa di camosci di montagna sta brucando l’erbetta rada del terreno attorno al rifugio. Ogni tanto sollevano la testolina, ci lanciano un’occhiata per appurare che siamo innocui, e poi continuano beati a spiluccare gli steli verdi e spinosi della vegetazione d’alta quota.

Camosci avvistati sulle Orobie Bergamasche

Restiamo qualche minuto a goderci quello scenario così poco scontato, riflettendo sulla perfezione di quel momento che la vita ci ha donato. Poi, prendendoci per mano, senza una parola, ma parlandoci con il cuore, torniamo verso quella macchiolina azzurra che per ben tre notti è stata e sarà la nostra casa.

Viaggiando un passo dopo l’altro: ecco il nostro giro delle Orobie Bergamasche dalla Val Brembana fra laghi montani, camosci e marmotte

Ho appena descritto uno dei tanti attimi di splendore che hanno costellato i nostri quattro giorni di viaggio sull’anello delle Orobie Orientali. Nei paragrafi seguenti, cercherò di descrivere in breve le diverse tappe di questo circuito di trekking che, per gli amanti del genere, saprà regalare emozioni irremovibili.

Come riportato sul portale del CAI, il “Sentiero delle Orobie centro occidentali ” di cui questo giro delle Orobie Bergamasche fa parte, inizia dalla val Stabina e termina al rifugio Calvi. Attraversa gran parte dell’alta Val Brembana con brevi “incursioni” nella Val Taleggio, nella Valsassina, nella Valtellina e tocca una serie di ambienti con una grandissima varietà naturalistica.

Il sentiero seguito è principalmente il 101, che per praticità viene suddiviso in diverse sezioni, di cui noi abbiamo percorso in particolare la 101-5.

La vista dal Passo San Marco Orobie Bergamasche

La vista della Diga di Alta Mora dal Passo San Marco

Prima tratta: da Ca’ San marco alle trincee della Prima Guerra Mondiale sul Passo del Verrobbio

Partiamo di buon ora da Mezzoldo, dove abbiamo il nostro campo base nella vecchia casetta della nonna paterna di Enry, e raggiungiamo il parcheggio della Cantoniera Ca’ San Marco. Situato nel comune di Averara e posto a quota 1830 metri, è uno dei più antichi rifugi delle Alpi, essendo stato fondato alla fine del ‘500, inizialmente come postazione di difesa per i confini dell’allora Repubblica veneziana (ce lo ricorda il leone simbolo dell’antica Repubblica scolpito in uno dei bassorilievi della facciata).

Nel passato è stato utilizzato come Casa Cantoniera e consisteva in un punto d ristoro per i mercanti che percorrevano l’antica Via Priula diretti verso il Cantone dei Grigioni.

Da qui imbocchiamo il sentiero 101 e lo percorriamo per circa 15 minuti, quando incontriamo una deviazione per il percorso 161, ricavato su di un’antica mulattiera militare. Ci inoltriamo dunque in questa direzione, fermandoci di tanto in tanto per riossigenarci ed osservare le marmotte che sbucano qua e là sui pendii della montagna. Per tutti e quattro i giorni di cammino, saremo accompagnati dal suono dei loro versetti fischiettanti.

In questa parte del sentiero la pendenza aumenta considerevolmente, mettendo a dura prova i nostri fisici atletici in fin dei conti non poi così allenati.

Prima di raggiungere la cima, incontriamo sulla sinistra un piccolo bivacco e ci prendiamo qualche minuto di pausa per esplorarlo: un modesto giaciglio, un tavolino traballante, un tronco d’albero disteso a mo’ di panchina.

Bivacco sulla Via Mercatorum dal San Marco

Ancora un ultimo sforzo, laddove il pendio si fa sempre più sfidante, e dopo circa un’ora e mezza di cammino totale giungiamo sul Passo del Verrobbio (2026 metri) in corrispondenza delle antiche trincee di guerra, ancora quasi perfettamente conservate. Ci inoltriamo così fra i corridoi scavati nel terreno, affiancati dalle caratteristiche pareti in ciottoli a posa secca. Di tanto in tanto ai lati si aprono dell grandi finestre, un tempo utilizzate come postazione per i cannoni, da cui scorgiamo un panorama a dir poco estasiante.

Riusciamo quasi a scorgere i soldati, stremati e messi a dura prova dal freddo e dalla fame, poggiati alle pareti umide, che imbracciando le armi ammazzano il tempo canticchiando e raccontandosi storie d’infanzia.

 

Seconda tappa: dal Passo del Verrobbio alla diga del Pescegallo

Riprendiamo il cammino, scavallando la montagna e raggiungendo il piccolo laghetto alpino posto poco più in basso, sul versante opposto, nella Val di Bomino (Valtellina). Come sempre, la contemplazione di questi specchi d’acqua montana ci trasmette una sensazione di grande calma e serenità.

Lago alpino Val di Bomino dal Verrobbio

Scendiamo per un breve tratto, per poi risalire in modo piuttosto deciso fino a raggiungere il Forcellino, a 2050 metri. Da qua ha inizio il ripido sentiero che conduce alla diga del Pescegallo (1425 metri).

Prima di arrivarvi, restiamo per un po’ ad osservarla accucciati sull’erba soffice che costeggia il sentiero che dolcemente scende verso di essa. Sgranocchiamo una barretta energetica, ammirando la maestria con cui la luce dipinge il paesaggio circostante sulla superficie intatta e immobile dell’acqua.

Si tratta di un lago naturale, trasformato poi in diga, dalla forma triangolare che ricorda quasi quella di un cuore.

Ci avviciniamo alla riva e in meno di un batter d’occhio Enrico ha già i piedini nell’acqua gelida e ristorante. Non abbiamo però il coraggio di immergerci completamente, preoccupazione che non sfiora nemmeno il gruppetto di bimbi che poco più in là si divertono a sguazzare rincorrendosi fra un tuffo e l’altro.

Giro delle Orobie Bergamasche Diga del Pescegallo

La vista è semplicemente fantastica

 

Terza tappa: arrivo al rifugio Salmurano

Il nostro obbiettivo è quello di raggiungere il rifugio del Salmurano nel pomeriggio, per avere il tempo necessario a montare la tenda e rifocillarci per benino prima dell’insorgere del buio.

Attraversiamo così il ponte della diga, stupiti dalla maestosità dell’infrastruttura costruita dall’uomo, che in questo contesto si sposa armoniosamente con la natura circostante, e continuiamo verso il sentiero che prosegue dal lato opposto.

Sentiero verso il rifugio Salmurano

Incontri lungo il percorso, appena superata la diga del Pescegallo

Sulla sinistra scorgiamo molti arbusti carichi di more e lamponi selvatici, così l’occasione è buona per fermarsi e raccogliere una merenda a chilometro zero.

Ad un certo punto il percorso vira a sinistra e si inerpica sulla parete boscosa, dando avvio ad un ripido tratto che ancora una volta darà ai nostri polmoni del filo da torcere. La vegetazione qui è molto rigogliosa e spesso temporeggiamo per ammirare un fiore sbocciato o una farfalla colorata.

Ma il sole sta ormai calando all’orizzonte, così con un ultimo sprint finale raggiungiamo finalmente il Salmurano (1848 metri), dove montiamo la tenda in uno spiazzo di fronte alla struttura e premiamo i nostri sforzi fisici con un bel piatto di formaggi montani e patatine fritte!

Il giro delle Orobie in tenda

Ci accampiamo appena fuori dal Rifugio Salmurano

 

Quarta tappa: verso il Benigni passando dal “canalone” dei Piazzotti

Come di consuetudine durante i nostri viaggi montani, ci svegliamo alle prime luce del mattino e restiamo qualche attimo in silenzio ad osservare la montagna che delicatamente si risveglia, pregustando la fantastica giornata che ci aspetta.

Decidiamo di saltare la colazione e di partire immediatamente, concedendoci una barretta e dando una scossa al nostro indice glicemico prima di intraprendere l’ardua impresa del pendio di fronte a noi.

In circa mezz’ora di cammino giungiamo al passo del Salmurano  (2017 metri), contraddistinto dalla statuetta della Madonna con bambino. Qui incontriamo una coppia di ragazzi che stanno compiendo il nostro identico percorso…ma dal senso opposto! Da questo punto parte un breve ma molto esposto tratto di sentiero che conduce sino al Canale dei Piazzotti, il famoso “Canalone” che rappresenta l’ultima fatica d’Ercole prima del rifugio Benigni.

Ad una prima vista, parrebbe una mission impossible, e agli occhi di una novellina come me (Enrico aveva già affrontato questo percorso più volte in passato) a dir poco intimorente. Tuttavia mi faccio forza, e il mio spirito competitivo e orgoglioso trae l’impeto che gli serve dopo che un signore sulla settantina mi sorpassa saltellando da un masso all’altro con la leggiadria di uno stambecco.

Devo dire che in fin dei conti è stato meno complicato di quanto temessi: passo dopo passo (o forse dovrei dire piuttosto “arrampicata dopo arrampicata”) sono riuscita a conquistare la cima di questo canalone. Un po’ complicato, lo è; pericoloso, non molto a dire il vero. Non vi sono tratti esposti, ma la pendenza è abbastanza importante per cui in molti punti è necessario aiutarsi con braccia e mani per tirarsi su. E dotarsi, naturalmente, di una bella manciata di sana prudenza che nei percorsi montani è sempre un’ottima compagna.

Alla sommità del canale, come un gradito premio per le nostre fatiche, ci attende una famigliola di camosci che curiosi inclinano la testolina prima da un lato e poi dall’altro, quasi burlandosi della nostra goffaggine nel compiere un tragitto che per loro non è che una soave passeggiatina.

Resto ogni volta sorpresa, constatando quanto Madre Natura abbia infuso tanta perfezione nella creazione dei sui piccoli abitanti.

Spendiamo qualche minuto per i canonici scatti con gli animali, e ci impegniamo negli ultimi faticosi frangenti di impervia pendenza che ci conducono finalmente all’appagante vista del rifugio. Immerso fra le nubi che solcano il cielo in alta quota, come fluttuante su di un’isola che volteggia nell’atmosfera, la piccola costruzione in pietra e legno del Benigni ci appare come una visione idilliaca.

Tutt’attorno, la catena delle Alpi Orobie si esibisce nella sua totale magnificenza: un anello prezioso che adorna un mondo fatto di un miscuglio di magia e realtà.

Scegliamo immediatamente lo spiazzo d’erba perfetto per montare la tenda, e subito ci fiondiamo ad ordinare una gustosissima fetta di torta di grano saraceno e lamponi all’interno del rifugio. Accompagnandola, naturalmente, con una fumante tazza di the nero profumato al bergamotto.

Nel corso della mia vita ho constatato che esistono alcuni abbinamenti che conservano nel loro sposarsi una sorta di assoluta completezza: un buon libro ed il rumore delle onde del mare che si infrangono sulla scogliera; la luce dorata della golden hour e il verde acceso delle risaie nella stagione pluviale; una bevanda calda e ristorante e una deliziosa fetta di torta fatta in casa.

Ci godiamo questo attimo, in silenzio, con il cuore aperto a ricevere ogni minuscolo stimolo rigenerante di quell’atmosfera.

Rifugio Benigni

 

Il lago Piazzotti

Dopo di che, decidiamo di incamminarci verso il laghetto poco distante: il Lago Piazzotti.

Giunti nei pressi del bacino, comprendo pienamente perché sia nata l’usanza di definire i laghi come degli “specchi d’acqua”. Un’immobilità totale, tipica dei laghi alpini e montani, senza che alcuna minima increspatura disturbi quella superficie intatta su cui si rispecchia fedelissimo nella sua magnificenza il versante montano circostante. Uno spettacolo inimitabile, un qualcosa che nessuna delle più avanguardistiche tecniche di riproduzione artificiale potrebbe mai eguagliare.

CI fermiamo un’oretta, o forse più, accovacciati su di un grande masso sporgente nella sponda opposta del lago, a contemplare quell’immenso TUTTO che ci sovrasta come una delicata carezza.

Torniamo poi nei pressi del Benigni, ci regaliamo una sostanziosa cenetta al rifugio a base di polenta, formaggi e funghi trifolati e ci apprestiamo alla nanna nella nostra tendina azzurra, cullati dal rumore dei venticelli di montagna e dai bagliori dorati dei firmamento del cielo.

Il rifugio visto dalla sponda opposta del lago Piazzotti

Il rifugio visto dalla sponda opposta del lago

 

Quinta tappa: dal Benigni ai Laghi di Ponteranica

La mattina seguente abbiamo un risveglio “speciale”: al primo sorgere del sole, apriamo gli occhi destati da un rumore strano e continuo. Come in uno spettacolo di ombre cinesi, si profilano sulle pareti della nostra tenda decine e decine di sagome scure dalle lunghe corna ricurve.

Il tempo di abbassare la cerniera dell’ingresso della tenda, e ci rendiamo conto di essere COMPLETAMENTE ATTORNIATI da una mandria di caprette selvatiche di montagna, che oltretutto si stanno gustando una colazioncina speciale: i nastri di tessuto fissanti della nostra tenda!

Inizia così, dunque, con un misto di sgomento e divertimento, la nostra terza giornata sulle Orobie, con Enrico che con un bastone in mano si esibisce in urla profonde per allontanare i curiosi avventori, svegliando – tra le altre cose – tutti gli altri ospiti del rifugio.

Colazione abbondante a base di biscotti e torta fatta in casa presso il Benigni, e si riparte per la nostra strada.

Ripercorriamo il percorso dell’andata sino al passo del Salmurano, da dove poi imbocchiamo il ramo di sentiero che svolta verso destra, seguendo per un bel po’ la cresta del monte, che ci regala un fantastico panorama sulle valli e sulle catene circostanti.

Ad un certo punto il percorso perde di quota, giungendo ad un secondo traverso pianeggiante che si addentra in un vallone alla base del Monte Valletto, fino a raggiungerne il fondo, che durante i mesi invernali viene utilizzato come punto di ricovero per gli animali da pascolo.

Il tratto successivo riprende a salire, portandoci in prossimità di un pascolo erboso nei pressi della cima del Monte Avaro (2088 metri). Deviamo quindi dal sentiero per Ca’ San Marco e risaliamo verso sinistra sino a raggiungere le de conche contigue dei Laghi di Ponteranica (2015 metri).

 

Sesta tappa: tornando verso Ca’ San Marco

Dopo una sguardo incantato ai bellissimi laghetti, decidiamo di riportarci sul percorso 101 che prosegue verso il nostro punto di partenza: la Cantoniera Ca’ San Marco.

Il pancino inizia a farsi sentire, così decidiamo di fermarci per uno spuntino vicino alla baita incontrata nella conca erbosa agli inizi della salita per i laghi. Naturalmente Enrico non resiste alla tentazione, e decide di provare ad entrare nella casupola, dove ha un inaspettato incontro con una marmotta piuttosto massiccia adagiata sul soppalco ligneo all’interno della baitella. L’espressione dell’animale è abbastanza intimidatoria, per cui decidiamo di non sfidare la sorte e di abbandonare il rifugio con una certa nonchalance, felici come sempre di esserci imbattuti in un peloso abitante della zona.

Marmotta incontrata sulle Orobie bergamasche

Il ginocchio di Enrico sembra dare qualche segnale di cedimento, per cui scegliamo di affrettarci per concludere il percorso e tornare al rifugio di partenza, dove passeremo la notte.

Esausti e provati dai dolori muscolari, ci abbandoniamo sulle panche lignee di uno dei tanti tavoli del nuovo Rifugio San Marco, pregustando il delizioso piatto di pizzoccheri che coronerà nel modo migliore queste giornate di pura meraviglia, leggerezza…libertà.

Il giro delle Orobie Bergamasche in sintesi

  1. Da Ca’ San Marco (1830 m) al Passo del Verrobbio (2026 m) per un tratto sul sentiero 101 poi sul 161 –> totale 1 ora
  2. Salita al Passo del Forcellino (2050 m) e discesa al Lago del Pescegallo (1862 m) sul sentiero 161 –> totale 1 ora
  3. Raggiungimento del Rifugio Salmurano (1848 m) in Alta Val Gerola sul 161 –> totale 1 ora
  4. Salita al Passo del Salmurano (2017 m) sul sentiero 161 –> totale 45 minuti
  5. Svolta destra al bivio della Madonnina e arrivo al Canalone dei Piazzotti –> totale 40 minuti
  6. Arrampicata sul canale e arrivo al Rifugio Benigni –> totale 20 minuti
  7. Dal Benigni sino al Passo del Salmurano percorrendo il sentiero a ritroso –> totale 45 minuti
  8. Fino ai Laghi di Ponteranica sui sentieri 101 e 109 –> totale 1 ora e 45 minuti
  9. Ritorno a Ca’ San Marco sul sentiero 101 –> 1 ora e 30

Informazioni utili sul giro delle Orobie Bergamasche

  • Meteo: in alta montagna e in particolare in queste zone è molto facile imbattersi in temporali, soprattutto nella stagione estiva. In ogni caso le precipitazioni sono più frequenti rispetto che in pianura, di conseguenza consiglio sempre di controllare le previsioni meteorologiche prima di mettersi in viaggio.
  • Le diverse tappe elencate nell’articolo sono tutte raggiungibili anche in giornata.
  • Cosa portare? Sicuramente fate in modo che lo zaino sia il più leggero possibile perché non gravi troppo sulle vostre spalle.

Gli immancabili sono: scarponcini da trekking, racchette da trekking, felpa, giacca impermeabile, copertura impermeabile per lo zaino, occhiali da sole, fascia o cappellino, protezione solare massima, repellente per gli insetti, kit di primo soccorso, scorta d’acqua potabile (almeno 2 litri a persona, il pieno poi lo farete presso i rifugi) e torcia a testa.

Se preferite campeggiare come abbiamo fatto noi, vi serviranno naturalmente anche una tenda adatta a proteggervi dalle basse temperature (in alto al Benigni in pieno agosto abbiamo raggiunto i 5 gradi di notte) e che sia il più leggera possibile, un sacco a pelo che tenga fino a zero gradi, un materassino da tenda (quelli sottili e auto-gonfianti, leggeri e poco ingombranti da trasportare).

Per quanto riguarda l’abbigliamento, preferite quello tecnico e traspirante e organizzatevi con il classico vestiario “a cipolla”: in alta montagna si può passare in pochi minuti dal caldo insistente a temperature piuttosto fresche.

  • Link utili:

Sentiero delle Orobie

Val Brembana Web

Non mi resta che augurarvi…buon trekking!

 

 

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VALENTINA
BERGAMO

Ciao! Mi chiamo Valentina, sono dell'ariete, ho più o meno 30 anni e sono un'inguaribile sognatrice! Le mie più grandi passioni, anzi, i miei amori, sono l'arte, la fotografia, la letteratura, la poesia e...il mondo! Ma il mondo quello vero,quello autentico, quello fatto di persone, di diversità, di odori, di sapori, di colori, di scorci, di inaspettati incontri...il mondo che ti fa innamorare e che ti fa dimenticare dell'esistenza dell'orologio. Dovete sapere che nella vita di tutti i giorni sono un'ansiosa cronica ossessivo compulsiva nei confronti del tempo: tempo che non c'è, che non basta mai, tempo che scorre, tempo rubato o tempo sprecato. Ma...quando sono nel MONDO, questo mondo VERO, il tempo non esiste, tutto si dilata e mi avvolge e l'unico ritmo che scandisce le mie giornate è quello del mio cuore che batte, che si sente vivo, che si emoziona e che si sente...a casa. Il mio sogno più grande? Vivere non viaggiando...ma VIVENDO questo mondo. Sempre. Costantemente. Sapete? I sogni...sono sogni perché prima o poi si avverano. Altrimenti si chiamerebbero utopie :)

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— Charles Baudelaire

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